giovedì, 15 maggio 2008
Ragionando sui massimi sistemi, sono arrivato a una certezza: è giusto che il panda si estingua. Per tutta una serie di motivi. Da quando è stato messo sullo stemma del Wwf, infatti, il panda ha assunto consapevolmente questo atteggiamento spocchioso che risulta quantomeno poco costruttivo in questi tempi di dialogo politico e di sinergia tra le parti. Quando un panda si sveglia la mattina sa che l’opinione pubblica è dalla sua parte e si regola di conseguenza. Per dire: un panda può pensare di starsene senza fare un cazzo per tutto il giorno, tanto sa che la stima della gente nei suoi confronti non calerà. Perciò questo enorme animale bicolore, diciamolo, alle cronache mondane non regala davvero nulla. Mai una toccante storia alla Knut, mai un salvataggio di un bambino come i cani-eroi di “Studio aperto”, mai un episodio piccante come le porno-scimmie che seducono i maschi promettendo delle semplici spidocchiate della schiena. Anzi, proprio su quest’ultimo punto, il panda si distingue per indolenza. Le uniche notizie mondane su di lui riguardano i suoi problemi di accoppiamento. Voci non proprio edificanti che però il panda affronta con naturalezza, sempre perché la gente è pronta a giustificare ogni sua azione e ogni sua stasi con lo stress derivante dai problemi di estinzione. Eppure, quando le mie prestazioni sessuali sono calate e la mia fidanzata mi ha lasciato, non mi sembra di aver visto panda sotto casa mia che provassero a fermarla, spiegandole che lo stress lavorativo può portare anche a questo. C’è insomma questo egoismo di base che rende il panda un animale davvero odioso. Ma affrontiamo nel dettaglio una serie di temi che giustificano l’estinzione del panda.
1) Prima di tutto c’è una motivazione stilistica: l’accostamento bianco-nero fa decisamente retrò. Motivo per cui il panda era di grande attualità negli Anni ’50/’60, mentre adesso è ricoperto da un velo di nostalgia per i bei tempi andati. Potrebbe farsi lo stesso discorso per la zebra – in particolare per quella a pois – ma si dà il caso che lo zebrato, insieme al leopardato e affini, in certi ambienti, abbia ancora un gran numero di estimatori.
2) Secondo punto: non puoi scatenare un casino internazionale sulla tua estinzione se poi non c’hai voglia di fare sesso e di moltiplicarti. Non è che ogni giorno vengono abbattuti migliaia di panda e le povere bestie residue non tengono il passo della riproduzione. L’ultimo panda è stato rottamato dopo la legge Euro 0 e se, da allora, la specie non si è rimpolpata, è evidente che ci siano dei limiti ormonali. Molti studiosi sottolineano una spiccata tendenza del panda all’autoerotismo – ipotesi questa che sarebbe avvalorata dalle vistose occhiaie nere e dall'evoluzione della mano che ha portato l'animale ad avere sei dita – ma mancano al riguardo prove certe.
3) Visto che si è tirata in ballo la rottamazione. Il panda è stato in grado di non evolversi anche nei suoi significati traslati. La Panda ha attraversato 23 anni di storia italiana rimanendo sempre uguale e ce ne ha messi altri cinque per trasformarsi appena in una monovolume. In un periodo appena più lungo, un giaguaro – per dire – ha messo in piedi addirittura un’azienda intera, che peraltro fabbrica auto di lusso.
4) I panda sono tutti nelle riserve. Non si hanno notizie di panda titolari.
5) Panda era anche uno dei personaggi con cui era più difficile finire Tekken 3. Di contro, l’uomo che ha ideato il videogioco, regalando al mondo l’opportunità di sfogarsi sul panda, andrebbe inserito nel novero dei più grandi geni di tutti i tempi.
6) Nella letteratura e nel cinema non c’è un panda degno di nota. Hanno fatto film su cani e gatti, su cavalli e maiali. Chuck Norris ha persino regalato la notorietà all’armadillo a nove fasce. Bradipi e mammuth spopolano nei film animati e gli asini nella favole di Fedro, un autore romano divenuto noto grazie al Grande Fratello. Ma dei panda non c’è traccia.
7) Il panda compare sulle monete cinesi e i personaggi che compaiono sulle monete, nella norma, sono morti.
giovedì, 08 maggio 2008
Breve elenco di cose sconvolgenti accadute nelle ultime ore:
un’ex valletta di Magalli è diventata ministro;
un uomo più basso di Berlusconi è diventato ministro;
un uomo più basso di Berlusconi esiste (ma questa, in effetti, è inclusa nel punto precedente). Per completezza dell’informazione: non esistendo stime ufficiale, il dato che gira in rete con maggiore insistenza relativo all’altezza del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta è un metro e trenta. Roba che Giorgia Meloni, affianco a lui nella foto ufficiale, sembrava Yao Ming;
Mara Venier va in vacanza ai Caraibi. Non so perché sia sconvolgente, ma d’altra parte non so neanche perché ne stiano parlando adesso su RaiUno;
Rafael Nadal è stato sconfitto al primo turno degli Internazionali di tennis di Roma. Il proprietario dell’agenzia di scommesse Bwin ringrazia e stasera offrirà una cena ai suoi amici brindando alla salute di Tcc e delle altre migliaia di audaci scommettitori del “ti piace vincere facile?”;
credo di aver capito perché i tifosi della Lazio, notoriamente a maggioranza destrorsa, fischiano il presidente Lotito. Non per i mancati investimenti, come sostiene la stampa, ma perché continua a costringere la curva a tifare per ogni etnia o categoria sociale tradizionalmente discriminata dai supporter stessi. Tra campo, panchina e tribuna, ieri sera, c’erano Behrami (kosovaro), Dabo e Mudingayi (neri), Pandev e Kolarov (slavi), Tare (albanese), Radu (romeno), Ballotta (anziano) e Rozenhal (ebreo). In passato c’era anche Gottardi (gay, secondo una leggenda metropolitana molto diffusa nella capitale);
i cinesi, per scappare dalle polemiche, hanno portato la fiamma olimpica in cima all’Everest. Temevano di trovare una bandiera del Tibet; per fortuna hanno trovato solo Mara Venier, che aveva spudoratamente mentito sulle sue ferie.
lunedì, 28 aprile 2008
Tutti noi, prima o poi, troviamo nel corso della vita una persona – una e una sola al mondo – che risponde con un sorriso ai nostri momenti di difficoltà, che è sempre pronta a farsi scivolare addosso i nostri insulti e che conosce ogni nostro punto debole. Una persona speciale che sa prenderci con dolcezza, ma al tempo stesso con rigore. Il fisioterapista.
Il fisioterapista è una strana figura, a metà strada tra il Dalai Lama e Heinrich Himmler. Quando la prima volta arriva a casa tua, ti fai il segno della croce per quanto è incorporeo. E il fatto che sia entrato in casa passando attraverso la porta chiusa certo non ti aiuta a fare chiarezza. Ma prima che tu possa entrare in crisi mistica, ti chiede 70 euro, illuminandoti sulla sua reale natura. Chiarito l’equivoco, resti comunque rapito dal suo tono pacato e dal sorriso bonario. Nella tua camera c’è una surreale atmosfera zen. Il fisioterapista cerca di spiegarti la via per raggiungere l’armonia del Cosmo attraverso l’interazione di muscoli che non avevi mai sentito nominare prima. E il fatto che tu ce li abbia tutti ti inorgoglisce e in qualche modo ti responsabilizza. In pochi minuti si è conquistato ben altro che la tua fiducia: sei rapito dalle sue parole senza senso e ti senti un suo potenziale schiavo. A quel punto, però, succede qualcosa di strano. Il fisioterapista si trasforma in un sadico gerarca nazista. Ma sempre zen. Piegandoti degli arti a caso inizia a generare dei dolori che non pensavi potessero esistere in natura. O perlomeno non così sconnessi dalla morte. Però lui è calmo come il Cavaliere d’oro delle casa di Vergine. Il che ti porta a pensare che sia tu a esagerare e che, in realtà, non ti stia facendo così male. Quando poi sdraiato, pancia sotto, vedi spuntarti sulla spalla un tuo allegro tallone, capisci che quel dolore disumano è in effetti il muscolo della gamba tirato oltre ogni regola del buon senso e non una tua rappresentazione metafisica del malessere che affligge l’uomo moderno. Alle tue comprensibili smorfie di dolore lui risponde con un sorriso.
Il punto cruciale della questione fisioterapista è proprio questo. Lui ti porta al limite, ma tu non ti fidi di lui. Perciò, ogni volta che un tuo muscolo viene stirato per quanto possibile, tu resti convinto che il tuo “possibile” sia diverso dal concetto di “possibile” del fisioterapista. Da qui la bizzarra disparità di vedute che porta il fisioterapista a dirti cose tipo “dai, spingi di più, dai che ce la fai a piegare un altro po’” e tu a rispondere con cose tipo “dai un cazzo, brutto stronzo, se tiro un altro po’ qua mi si strappa tutto e un altro intervento dopo te lo fai tu al posto mio, ok?”. Ma il fisioterapista crede in te, tira e, di fatto, non si strappa nulla. Quindi aveva ragione lui. Che sorride ai tuoi insulti.
Forse è questo il vero motivo di attrito con il fisioterapista: tu lo odi perché non ti fa sentire speciale. Ti tratta come un qualsiasi paziente, mettendoti di fronte all’amara realtà: non è vero che siamo tutti diversi. Siamo tutti dannatamente uguali e funzioniamo allo stesso modo. Una fotografia del reale che spinge sempre più uomini medi dall'ego fortemente frustrato a diventare assassini di fisioterapisti.
venerdì, 11 aprile 2008
Campando di tv, in questi giorni mi sono accorto di quanta ingiustizia ci sia in un Paese in cui a una giovane apprendista vj viene chiesto di fare anche la ruota, nonostante abbia la mestruazioni. E’ inaccettabile. E di quanta indifferenza ci sia nei grandi Paesi che trascurano i delicati temi ambientali, obbligando tre poveri pinguini a scoreggiare all’inverosimile per fronteggiare lo scioglimento della calotta polare. Io non voglio vivere in un mondo in cui la diarrea può sorprendermi da un momento all’altro, obbligandomi a saltare l’appuntamento al cinema con la mia amica, e in cui mio padre, poco dopo la mia nascita, decida già che auto comprarmi per i 18 anni. Voglio andare al supermercato senza fare inutili file alla cassa perché quello prima di me si è messo a cantare con la cassiera, voglio che Alessia Marcuzzi finalmente abbia un’attività intestinale regolare e soprattutto voglio che qualche biologo mi confermi che il bifidus attivo non è mai esistito.
Peraltro pensavo che in caso di violento terremoto o di incendio di casa mia avrei pochissime possibilità di salvarmi.
domenica, 06 aprile 2008
L’intervento per ricostruire il crociato anteriore non è solo un’operazione per ricucire le membra amputate del soldato che guidava le sacre truppe in Terra Santa. E’ fondamentalmente un modo per umiliare chi subisce un tale intervento chirurgico. Cioè tu arrivi lì e la clinica è bella, stanze singole massimo comfort, divani ed LCD, frigobar e, in alcune camere, anche pianobar. Poi, nel giro di qualche minuto, capisci di essere caduto in una trappola. Ti si palesano, in ordine di pericolosità, una serie di personaggi che iniziano a deturpare il tuo corpo, animati da emozioni e fini contrastanti. Il primo, diciamo il mostro di primo livello, è il cardiologo. Ti accoglie con il sorriso, fa domande concilianti per farti sentire a tuo agio, dopodichè, con la scusa dell’elettrocardiogramma, tira fuori un rasoio e ti depila una striscia di petto. Non tutto, eh. Solo una striscia. Quindi, dopo appena cinque minuti dal tuo arrivo, sei un uomo peloso senza una striscia nel bel mezzo della foresta del tuo torace. Ti mandano in camera e arriva il mostro di secondo livello, un mostro doppio come Gemini dei Cavalieri dello Zodiaco: la doppia infermiera. La prima finge di non trovarti la vena nel braccio e prosegue perforando a caso tipo cercatore di petrolio. Il risultato è una pizza oscillante tra il viola e il giallo che ti si stampa a mo’ di tatuaggio sul braccio destro. Sei quasi contento che alla fine eri convinto che a 30 anni fosse arrivato il momento di tatuarsi. Il mostro doppio invece ha la stessa arma del cardiologo, però più potente: il rasoio multiplo. Inizia a depilarti la gamba da operare che peraltro reagisce bene a quell’assalto. Il rasoio usa e getta ha infatti vita limitata e, dopo un po’ che disbosca, è costretto ad arrendersi. Purtroppo, però, la subdola infermiera è dotata di rasoio multiplo e così insiste. Alla fine saranno sette i rasoi caduti sotto la fittezza del tuo apparato pelifero e, nonostante ti senta ridicolo con una gamba pelosa e l’altra glabra, percepisci il senso epico dell’eroe solitario che uccide il maggior numero di nemici possibile prima di perire sotto i loro colpi. Dopo il secondo livello, comunque, sei tutto peloso tranne che sulla gamba destra e su una striscia di petto e hai una chiazza violacea sul braccio. Mentre mediti di vendere su eBay il rettangolo libero da peli sul torace per tatuartici uno sponsor, arriva il mostro di terzo livello, il portantino, che è quasi un quadro bonus. Lui infatti ti umilia solo dal punto di vista psicologico. Ti fa togliere tutti gli abiti, ti infila un camice bianco e una cuffia verde per tenere i capelli e così ti porta in giro per la clinica. Peccato che in quel momento forse hai incrociato la donna della tua vita, ma lei non ti ha riconosciuto e, anzi, ha riso di te. Ma è nulla in confronto a quello che ti aspetta: il mostro finale del quarto livello, l’anestesista. Tu arrivi lì, imbracato nel letto, e lui inizia a bucarti ovunque. Parte con la farfalla nel polso e poi, col sorriso sulle labbra, ti buca la spina dorsale e ti ci infila un catetere spinale: a quel punto muori e la partita finisce lì.
Quando il dio dei videogame ospedalieri si trova di fronte alla scelta “continua” o “ricomincia”, però, sceglie la prima e ti risvegli disteso sul letto ospedaliero, con la faccia coperta. L’immunità che notoriamente i videogiochi regalano a chi torna in gioco nel mezzo dell’azione ti permette di non perire nuovamente contro i colpi di scalpello che il quinto mostro, il chirurgo/ortopedico, ti piazza ben assestati contro la rotula. Lo scudo protettivo ti permette di uscire dalla sala operatoria. Mentre torni nella tua camera, però, ti accorgi che il mostro ortopedico ti ha fatto un altro buco sulla spalla – sulla cui funzione ancora ti interroghi – e ti ha lanciato contro la sua arma finale: un pompetta infilata nel ginocchio che drena il sangue. Mentre ti lasciano lì a macerare per due giorni, capisci che la morte è diventata uno degli obiettivi della tua vita.
Il sesto mostro è ancora l’infermiere multiplo: devono farti il bidet a letto e, ovviamente, i due designati sono un infermiere gay e uno palesemente superdotato. Tra l’ansia da prestazione e l’anestesia lombare diventi l’uomo più minidotato della storia e, mentre pensi che in fondo potrebbe andare a peggio, va peggio e arriva a dare una mano l’infermiera figa. A quel punto fingi di essere un trans appena operato. Il terzo giorno arriva il settimo mostro, la terapista, la più crudele, che inizia a dimenare a destra e sinistra la tua gamba appena operata, mentre tu, non avendo più armi, provi invano a farle notare che magari non è il caso. Arriva il giorno dell’uscita e torna il mostro multiplo che ti strappa due chili di cerotti dei quali non ti eri nemmeno accorto. Colpa dell’anestesia. Adesso hai anche un buco di peli sulla spalla destra, due fasce glabre sui polsi e una grossa X sulla schiena.
Ricapitolando: all’uscita sei tutto peloso, eccezion fatta che per la gamba destra, per un rettangolo sul petto, una X sulla schiena, un buco sulla spalla destra e due polsini immaginari. E hai sempre la chiazza giallo-violacea sul braccio destro. Non vedi l’ora che una ragazza possa guardarti nudo in quello stato, ma in fondo hai l’autostima a terra e, nonostante la gamba, decidi di darti alla macchia e di girovagare per i boschi, cibandoti di bacche, muschi e licheni.
giovedì, 03 aprile 2008
Paura, eh?
domenica, 30 marzo 2008
Domani mi faccio i buchi. Dice: alle orecchie? No, al ginocchio.
Artroscopia, artroscopia
per leggera che tu sia
io mi faccio l'anestesia.
Se mi risveglio, scrivo.
venerdì, 28 marzo 2008
A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.
La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.
E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
martedì, 25 marzo 2008
La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:
- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".
La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.
Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
sabato, 15 marzo 2008
In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)
L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.
L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.
La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.
Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.
Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.
L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.
Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.
La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.