venerdì, 12 giugno 2009
La notizia del giorno è che il leader libico Muammar Gheddafi, durante un incontro con la Carfagna, ha detto che nel mondo islamico la «donna è come un mobilio che si può cambiare quando si vuole». Ovviamente non posso essere d’accordo con queste parole per una lunghissima serie di motivi. Ne citerò solo alcuni:
- la donna non va spolverata;
- in caso di trasloco, la donna è in grado di spostarsi sulle proprie gambe;
- i piedi di ogni singola donna vedono, nel corso della loro vita, molte più scarpe di quanto possa fare una qualsiasi scarpiera durante tutto il suo periodo di esistenza;
- i costi legati al sostentamento di una donna non potranno mai calare, almeno fino a quando non si venderanno donne smontate;
- e, soprattutto, se quando torni a casa la sera, lanci le chiavi su tua moglie, quest’ultima, a differenze di un mobile, potrebbe incazzarsi.
giovedì, 04 giugno 2009
Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso.
mercoledì, 20 maggio 2009
Finalmente ho scritto un nuovo post! Grande!
lunedì, 04 maggio 2009
Cosa ci fanno Tcc, il presidente del torneo di Wimbledon, l’onorevole Gabriella Carlucci, Max Giusti e Filippo del Grande Fratello nello stesso posto? Guardano Nadal-Verdasco agli Internazionali di tennis. Catapultato come per magia in tribuna d’onore grazie al provvido intervento di due angeli travestiti da donna grande e da donna piccola, il simpatico autore di questo blog si rituffa nella terribile esperienza del Foro Italico che, annualmente, si costringe a perpetrare per via di una smodata passione per il suddetto sport. E, alla fine e come ogni anno, resta solo un commento tipo: “Basta con questo ciarpame senza pudore”. Laddove l’assenza di pudore è resa palese dalla convinzione che se in mezzo al campo, invece di Nadal e Verdasco, ci fossero stati il Gabibbo e Pippo l’ippopotamo blu della Lines il risultato sarebbe stato identico. Come sempre a Roma quando si tratta di sport minori, la sensazione è che la gente ci vada perché fa figo esserci. E Dio solo sa se sono più snob quelli che ci vanno perché devono esserci o quelli come me che li criticano. Nel dubbio, io ci vado e dopo critico. Va dato atto all’edizione maschile appena conclusa di avermi aiutato a carpire alcuni aspetti fondamentali del torneo e della vita che gli scorre intorno. Intanto, è chiaro che il fatturato del torneo si aggiri intorno ai 75 euro. La quantità di sponsor è immane e ogni sponsor regala biglietti a rotta di collo. Se agli Internazionali entri pagando sei uno sfigato. Ma ancora più sfigato sei quando hai un pass stampa che non ti permette di entrare sul campo centrale, l’unico su cui si giochi nel week end. Così il povero Tcc, che per una volta si sentiva protagonista del suo tempo, viene fermato all’ingresso da un addetto ai lavori dalla cadenza eccessivamente romana. Penso all’errore umano, alla tragica fatalità e infine al complotto, ma la realtà mi viene ribadita da una protagonista di “Scusa ma ti chiamo amore”, forse nominata ufficio stampa della manifestazione in maniera un po’ avventata. Insomma, mi viene spiegato con le buonissime che ci sono tipo questi pass con cui puoi fare tutto ma non vedere le partite. Mi appello al concetto di logica mutuato dalla filosofia greca, ma il non averla mai studiata non mi aiuta di certo. Incasso l’umiliazione e vago per il Foro Italico insultando il destino. Ripenso che tutti i direttori per cui ho lavorato mi hanno sempre detto che le notizie sono nell’aria, ma al Foro Italico forse li hanno presi un po’ troppo alla lettera. Poi, come detto, il classico incontro che ti cambia la vita e due biglietti che si materializzano per me e per un collega non meno sfigato.
Appena seduto in un posto evidentemente non mio, mi mimetizzo per non farmi notare. Occhiali da sole, polo e jeans: il mio amico, prima di trovarmi, si siede vicino ad altre 27 persone vestite come me. Lo spiazza anche la mia perfetta postura: gambe accavallate e braccio sullo schienale della sedia alla mia sinistra. Al Foro Italico, infatti, i biglietti che costano meno non sono quelli delle file più lontane dal campo, quanto quelli degli ultimi posti a sinistra. Chi capita lì non appoggia il braccio o, al massimo, prova ad adagiare il destro, entrando però in immediato e palese conflitto con il resto dello stadio, vittima di un effetto domino non preventivato (come mostra la foto, c'è un posto sulla destra che, benché in prima fila, è rimasto libero per l'assenza di sedie a sinistra, ndr). Verdasco tira forte come un ossesso; Nadal di più. E, di colpo, mi trovo a riflettere sul fatto che il tennis generi un tifo tipo Colosseo. Cioè, nessuno sostiene il suo preferito e tutti tifano per la battaglia. Ragion per cui, uno come Nadal viene accolto come un mito all’ingresso in campo, poi viene abbandonato per tutta la partita e infine viene portato in trionfo dopo la vittoria. Tutto il resto del match è un continuo sostenere il suo avversario affinché l’incontro non finisca in meno di un’ora. Mentre mi compiaccio per questo arguto parallelismo, vengo sorpreso da una seconda osservazione ancora più profonda: dopo le gallery sul Corriere dello sport che mostravano gonnelline al vento e culi esposti alle intemperie, tutte le hostess indossano i pantaloncini sotto la gonna. Penso che, con il vento messo fuori causa dal senso pratico umano, a salvare il tasso di eros della giornata potrebbe provvedere la pioggia per un’inedita versione outdoor di miss magliettina bagnata. Ma l’unica pioggia è quella di rovesci di Nadal che sommerge Verdasco 6-3 6-3. A fine partita cerco l’incontro ravvicinato con il vincitore, quando vengo frenato da una presenza che mi frana addosso, alle spalle. Penso che sia il classico stratagemma per fregare il portafoglio. Mentre mi giro con violenza per fermare il malvivente, una voce cordiale proveniente dal corpo franato mi chiede scusa ripetutamente. Solo allora mi accorgo che sono stato tamponato da Lea Pericoli e spero che qualche rivista scandalistica abbia fotografato quel contatto veemente, in modo da poter marciare su una scandalosa love story tra l’attempata ex campionessa e il giovane e aitante scrittore. Solo a fine giornata scoprirò che Lea Pericoli mi ha effettivamente fregato il portafoglio. Mi fiondo in tribuna stampa, dove Nadal arriva per la conferenza stampa più breve della storia: 12 minuti netti. Due domande in inglese, due in spagnolo. Nessun giornalista italiano si fa avanti e ciò chiarisce in un certo senso il significato dell’espressione “sport minore”. Per inciso, Massimo Marianella è vestito malissimo come al solito. Da un’altra parte di Roma, 86 individui provvisti di tesserini vari chiedono a Spalletti cosa ci si debba aspettare dalla gara con il Chievo. Terminata la microconferenza di Nadal, si torna sul centrale per il match serale. La tribuna d’onore è solo un vago ricordo; ora ci toccano dei posti tipo terzo anello di San Siro. Nessun problema se non fosse per una leggera escursione termica che fa sprofondare la colonnina di mercurio in prossimità dello zero. Noi ovviamente, come tutto il resto del Foro Italico, siamo attrezzati solo per il caldo pomeridiano. E mentre Gonzalez e Monaco se le suonano di santa ragione, intorno a noi inizia a germogliare il seme del panico. C’è gente che batte i denti e ci sono denti che si prendono prontamente la rivincita. Le mie gambe tremano, twist twist. Forse sono brividi brividi d’amore ma molto più probabilmente sono brividi di gelo. Le gambe di tutti tremano e la sensazione è che la tribuna verrà giù da un momento all’altro. Compaiono le hostess avvolte nelle coperte e nell’aria si diffonde un familiare odore di minestrina: è il chiaro segnale che la Protezione civile ha iniziato a fronteggiare le prime necessità. In preda alle allucinazioni, vedo spuntare da un cancelletto un tipo vestito da principe azzurro, con tanto di parrucca bionda e cuscino su un braccio a sorreggere una scarpa di cristallo. Mentre prego iddio di abbreviare quella sofferenza, mi accorgo che anche il mio amico vede il principe azzurro. E che tutta la curva vede il principe azzurro. Lui gira un po’, poi va via. La curva è dilaniata dagli interrogativi, quando qualcuno mette in giro la voce che sia la trovata di uno degli sponsor. Penso che, per fortuna, anche quando ho fatto lavori di merda nella mia vita, nessuno mi ha chiesto di vestirmi come un coglione: l’ho fatto sempre nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, come quella volta che non sono potuto andare alla Camera perché avevo la maglietta della Duff di Homer Simpson. Gonzalez chiude la partita intorno alle 23 e, al match point, scatta una maratona verso l’uscita che coinvolge qualche migliaio di persone. Mentre andiamo via la speaker annuncia l’inizio di una partita di doppio nella quale il nome di spicco è l’indiano Leander Paes. E ho detto tutto. Dal centrale arrivano pochissimi applausi, ma almeno, Paes, compagno e coppia avversaria sanno che ai presenti la partita interessa davvero.
martedì, 21 aprile 2009
Il mondo della frutta, è bene dirlo una volta per tutte, è pieno di insidie. Avete idea di quanti luoghi comuni, inesattezze e teorie complottistiche ruotino intorno all’universo di questi simpatici vegetali zuccherini? Ci ho riflettuto proprio stasera, quando una mela mi è caduta in testa. Tuttavia non è stata la caduta a generare la mia illuminazione, quanto, piuttosto, il fatto che dalla mela uscisse l’ormai celebre bruco. Ora: a me questa storia del bruco che esce dalla mela mi ha sempre saputo di fregatura. Intanto perché non capisco per quale motivo una cosa schifosa debba essere trasformata in un’immagine divertente. Per dire: io da piccolo, al Luna Park, sulle navette a forma di bruco che, di rotaia in rotaia, attraversavano la mela gigante non ci andavo mai. È più o meno come mettere un bambino in una navetta a forma di giacca e fargli attraversare una gigantesca struttura a forma di merda di piccione. Nel senso che è una cosa che può succedere ma comunque schifosa. Ma non è tanto questo, quanto pensare che io questi dannati bruchi li ho sempre visti uscire dalle mele e mai entrare. Come si spiega? Da buon teorico del complotto non posso non pensare che alcune mele vengano vendute già con il baco all’interno. Anche perché ne andrebbe dell’intelligenza dell’animale stesso: farsi un mazzo così per scavare un tunnel all’interno di una mela non è la cosa più furba che si possa fare in natura e la natura, si sa, è un meccanismo perfetto che non tollera l’inutilità. A parte quella del già citato piccione e di Maurizio Gasparri. Escludendo quindi che il bruco si infili ogni volta senza meta all’interno del pomo, non resta che pensare che sia lì dentro sin dall’inizio. D’altra parte non s’è mai visto un vermicello uscire da un kiwi. Dalla mela sì, quindi è il produttore che ce l’ha messa. Il motivo mi è oscuro. Però anche la chiesa costruita con i teschi di Evora è una cosa che concettualmente fa senso, eppure tutti la guardano ammirati e, anzi, vanno in Portogallo apposta per farlo. Quindi non si può escludere che il verme all’interno della mela sia una trovata di marketing di qualche consorzio del Trentino per vendere più frutta. Altre questione dolente è legata alle banane. O meglio, alla loro buccia. Dunque: sulla buccia di banana non si scivola. Possiamo urlarlo al mondo, per cortesia? Non s’è mai visto nessuno cadere per questo motivo. Che poi anche le probabilità giocano contro. Quante persone al mondo mangiano ogni giorno una banana. Esagero: diciamo mezzo miliardo. Quanti buttano la buccia per strada? Tenendo conto che molti la mangiano a casa o in luoghi dotato di pattumiera e che quelli che la mangiano per strada difficilmente getteranno con disinvoltura la buccia per terra, direi che si può scendere tranquillamente a 100.000 persone. Quanti di questi getteranno la banana su un fondo che agevola lo scivolamento? Pochissimi, anche perché immagino che tra quelli che mangiano banane ogni giorno, probabilmente ci saranno popolazioni non propriamente ricche di posti equatoriali che magari non hanno neanche le strade. E secondo me, sulla nuda terra, scivoli giusto se ti mettono una lastra di ghiaccio sotto i piedi. Scendiamo a 20.000. Considerando alcune piccole variabili come il solerte intervento degli spazzini o di animali affamati, la bora o i calci di altri pedoni che potrebbero spostare la buccia verso i muri o, in generale, in luoghi, non calpestabili, direi che si arriva a 5.000. Ora, anche ammesso che sulla buccia si scivoli davvero, quante possibilità ci sono di vedere una persona che la calpesti? Meno della metà. E quanti di loro cadranno? Boh, su 2.000, facciamo 400? Bene: solo a Roma, ogni giorno, almeno 200 persone finiscono sull’asfalto perché sono passati con il motorino sulle rotaie del tram o sui sampietrini bagnati. Allora perché colpevolizzare la banana? E poi perché se uno scivola sulla banana si deve ridere e se uno cade con il motorino no? Io credo che Buster Keaton abbia visto una volta un amico che cadeva sulla banana, ha trovato la cosa divertente e ha riproposto lo sketch, addossando la colpa della caduta alla Chiquita. Da allora la povera banana è rimasta vittima dello stereotipo. Roba che se avesse addossato la colpa alle cacche dei cani, ognuno, da quel giorno, si sarebbe sentito in diritto di gettare un cane nell’immondizia ogni volta che ne avesse incrociato uno.
Ultima questione, la più annosa. Non c’è nessun’altra cosa in natura, come la frutta, della quale si debba parlare con la cautela di chi vuole evitare facili doppi sensi a sfondo sessuale. Nulla. Mettere una banana e due kiwi tra due pere non è né più né meno che una collocazione creativa di vegetali. Ma l’opinione pubblica insorge: “che scandalo, questo umorismo pecoreccio!”. Il problema vero è che non sono stati gli organi genitali a essere rinominati di volta in volta per criteri di similitudine morfologica, quanto, piuttosto, il contrario. È stato l’uomo, che evidentemente lo trovava divertente, a nominare la frutta come l’organo genitale. La prova è elementare. Ai tempi di Adamo ed Eva c’erano solo le mele che, difatti, sono l’unico frutto che non ha un corrispettivo sessuale. Poi è stata creata via via l’altra frutta e l’uomo, affetto da evidente pigrizia intellettuale, ha pensato, per dare dei nomi accattivanti con il minimo sforzo, di riciclare le stesse parole che aveva usato per descrivere se stesso.
“Eva, tesoro, questo strano frutto a forma di boomerang arrotondato come la chiamiamo?”
“Boomerang”
“Ma già esiste. Poi rischieremmo di non distinguerli. Si dovrebbe trovare un altro oggetto che gli somigli, a cui magari abbiamo già dato più di un nome...”.
“Ehm... amore?”
“Dimmi, tesoro...”
“Perché non lo chiamiamo ‘minchia’?”
“È vero! Un po’ gli somiglia! Aspetta, facciamo una prova... ‘Tesoro, c’è ancora qualche minchia in frigo?’. Non lo so... Non mi convince, però siamo sulla strada giusta...”.
“Verga?”
“Troppo letterario...”
“Mazza?”
“È da maestro...”
“Banana?”
“Ehi! Questo sembra perfetto! Ok, la chiameremo così e sarà per sempre l’unico frutto dell’amor”.
La discussione su cocomeri, meloni e pere andò avanti molto più a lungo, soprattutto perché Eva proponeva, nell’ordine, tette, bocce e minne e, comunque, non capiva perché dovesse privare il suo seno di ben tre soprannomi. Tutto questo per dire che, nel caos che governa il mondo della frutta, buona parte delle responsabilità sono anche dell’uomo.
giovedì, 16 aprile 2009
Per integrare il post precedente (ma anche il commento di Cy al post precedente), allego un breve e spero esaustivo elenco delle Barbie più famose entrate in commercio:
* Atleta olimpica (1987, 1996): e già partiamo male. Cioè “atleta olimpica” è generico. Barbie ginnasta è una cosa, Barbie pentatleta un’altra, Barbie tiratrice della carabina specialità fossa olimpica è un’altra ancora. A me piace pensare che abbiano fatto Barbie lanciatrice del peso, facendola enorme come Assunta Legnante.
* Paleontologa (1997): ???
* Medico (1988)
* Dentista (1997)
* Infermiera (1961)
* Mamma (o più precisamente in maternità) attraverso 2 bambole una nel 1963 ed una il 31/12/2002.
* Pediatra (1994, 2000, 2003)
* Chirurgo (1973)
* Veterinaria (1996)
* Astronauta - Barbie astronauta è stata creata proprio in occasione del primo vero viaggio di una donna, Valentina Tereshkova, nello spazio (1985, 1994)
* Modella (1959)
* Candidato presidenziale (1992, 2004)
* Presidente degli Stati Uniti (2000): a parte la considerazione che il presidente degli Stati Uniti è lo stesso che è stato candidato presidenziale poco prima, mi sfugge l’utilità di fare tre Barbie di questo tipo. Senza contare che la Mattel non ha mai specificato se la Barbie presidente del 2000 è la stessa che si ricandida alle presidenziali nel 2004. In ogni caso non c’è un’altra Barbie presidente, quindi è lecito supporre che la chiamata alle urne del 2004 abbia visto trionfare una delle Bratz.
* Ambasciatrice dell'Unicef (1990)
* Ambasciatrice per la pace (1986): bello lo scopo di queste ultime due ma non riesco a immaginare le peculiarità dei suddetti modelli.
* Rock star - Barbie è stata la front woman di diverse band, tra le quali Barbie and the Rockers (1986)
* Vigile del Fuoco (1995)
* Poliziotta (1993)
* Ballerina (1988)
* Star del circo (1995)
* Regista (2003)
* Star del cinema (1988 e 1994)
* Istruttrice d'aerobica (1990)
* Skater professionale (1990): da non confondere con Barbie skater amatoriale che era uguale però cadeva ogni due metri.
* Tennista (1986)
* Insegnante d'arte (2002)
* Insegnante di spagnolo (2001): ma come cazzo si veste un’insegnate di spagnolo?
* Insegnante di linguaggio dei segni (1999): questa è di gran lunga la mia preferita, un po’ per lo stesso motivo dell’insegnante di spagnolo e un po’ perché mi immagino gli alunni dei segni di una con le braccia rigide e le mani a paletta.
* Insegnante generico (1965, 1985, 1992, 1995, 1996): geniale. Soprattutto per le molte versioni.
* Ufficiale dell'aviazione (1990, 1993)
* Ufficiale militare (1989, Desert Storm 1992)
* Ufficiale di marina (1991)
* Hostess (1961, 1966)
* Pilota Nascar (1998)
* Pilota d'aereo (1990)
* Chef (1996)
* Fioraia (1999).
lunedì, 13 aprile 2009
Niente: a me la Pasqua, non so perché, mi spinge all’indagine religiosa. Soprattutto dopo la ficcante analisi che due anni or sono mi permise di smascherare l’inutilità della Pasquetta. Così quest’anno ho deciso di fare luce su un tema altrettanto scottante, che i media ignorano forse per paura di ritorsioni. Sì, perché, mentre la stragrande maggioranza delle feste cattoliche verte sulla figura di Cristo o della Madonna, si viene a scoprire che gli italiani riservano la loro devozione a delle figure più di nicchia, a personaggi che si tengono lontani dai riflettori della ribalta e che finiscono per essere i veri punti di riferimento del credente: i santi patroni. A fine 2007, viene pubblicato questo sondaggio che svela come “il 70% dei credenti invoca l’aiuto di un santo. Di questi, il 31% si è rivolto a Padre Pio, il 25% a Sant’Antonio, il 9% alla Madonna. Seguono col 7% San Francesco, col 4% Santa Rita e San Giuseppe, col 2% Gesù, con l’1% San Gennaro, San Rocco, Madre Teresa di Calcutta, Sant’Agata e San Gerardo”.
Be’, spunti di discussione ce ne sono a secchiate. Primo fra tutti: solo il 2% invoca Gesù. Su due piedi sembrerebbe un grosso gesto di ingratitudine da parte del fedele. A voler essere buoni vi si potrebbe leggere una forma di rispetto puro, della serie “è già così incasinato che non è il caso che mi ci metta pure io con le mie richieste”. Ma, a voler fare i maliziosi, si potrebbe pure pensare che “Gesù c’ha già le richieste di mezzo mondo, magari se mi rivolgo a un santo che non si fila nessuno è meglio”. Tipo le ragazze che al concerto dei Duran Duran andavano con gli striscioni per Andy Taylor, credendo di avere più possibilità di sposarlo di quella folla di cretine che si scannavano per Simon Le Bon e Nick Rhodes. Altra considerazione: Gesù viene superato dal padre, cui, a parte la storia del Presepe, nella Bibbia viene riservato un ruolo marginale. Prima o poi Quentin Tarantino gli dedicherà uno spin off per dare la giusta dignità alla sua figura. Così come stupisce che San Gennaro, autentico mito, abbia le stesse invocazioni di San Rocco e San Gerardo, bravi ma meno appariscenti. Nessuna di queste considerazioni, però, è inerente alla nostra analisi. Il dato che ci interessa, infatti, è capire quante di queste invocazioni arrivino – come dire – per stima personale e professionale e quante, invece, per il ruolo di patrono rivestito dal santo in questione. Incrociamo i dati:
“i patroni di grandi città come San Marco per Venezia, Sant’Ambrogio per Milano e San Gennaro per Napoli, sono invocati mediamente dall’80%” dei credenti di quelle zone, “con una punta del 96% nel caso del protettore dei partenopei”. Il che, in primo luogo, lascia perplessi sull’1% portato a casa da San Gennaro su scala nazionale e, in seconda battuta, fa capire che quello del santo patrono è un ruolo scomodo, se vogliamo, ma gratificante. E veniamo così alla domanda fondamentale: come vengono gestiti i santi patroni?
Chi li sceglie? Che poteri hanno? Hanno un co.co.pro. o un contratto a tempo indeterminato? Cerchiamo di capire:
“Fino al Decretum super electione sanctorum in patronos di papa Urbano VIII (23 marzo 1630) la scelta dei santi patroni dei luoghi era operata indistintamente dalla Chiesa e dalle istituzioni civili, talvolta eleggendosi al patronato finanche i santi non canonizzati. Col decreto il pontefice pose fine agli arbitri fino ad allora perpetrati ed impose regole severe per l’elezione dei santi tutori, rendendo obbligatoria l’approvazione pontificia e imponendo un iter che prevedeva il voto ufficiale dell’ordinario diocesano, del clero secolare, di quello regolare e della popolazione del luogo interessato dal patrocinio, per poi trasmettersi l'incartamento alla Congregazione dei Riti per una meticolosa analisi dello stesso”. (fonte: Wikipedia)
Poi Paolo VI cambiò un po’ le regole, ma fece salvo il principio fondamentale: la scelta spetta al popolo. Ora, questa cosa qui può essere vista anche come una forma di democrazia. In realtà è un grande bluff perché costringe i credenti a prendersi il primo santo patrono proposto. Mi spiego: se io mi rivolgo a un santo per una grazia, probabilmente faccio anche di tutto per rigare dritto e non farlo incazzare. Mi spiego. Metti che si fa questa votazione per avere San Valentino patrono di Frosinone. Io, credente ciociaro, sono contrario alla designazione, ma in giro sento che l’opinione pubblica è favorevole. Che faccio? Metti che voto contro e poi questo diventa patrono... Poi con i santi manco puoi dire che il voto è segreto. Quindi o corri il rischio di avere un santo patrono che non accoglierà mai le tue richieste o fai buon viso a cattivo gioco e fingi che non avresti mai potuto nemmeno immaginare un patrono differente.
Allo stesso modo, che si fa quando un santo patrono non svolge al meglio il proprio ruolo? Visto che l’ultima parola spetta alla gente, si potrebbe ipotizzare una raccolta firme per la candidatura di un nuovo patrono. E poi chi ha le palle di andare a consegnare al Vaticano la richiesta di una nuova consultazione? Senza considerare che, se per un motivo qualsiasi il referendum fallisce, chi se lo tiene un patrono che ormai ha preso atto della distanza del suo elettorato?
Ragion per cui, il santo patrono sembra essere una figura abbastanza specifica e duratura nel tempo, per non dire immutabile. Va detto, però, che sulla specificità i credenti hanno abusato di una falla normativa. Perché, diciamolo, i comuni del mondo sono miliardi e i santi molti di meno. Per cui finisce che il santo che reputi migliore se l’è già preso qualche altra città. Ora: se San Giacomo veglia tanto su Santiago del Cile quanto su Santiago de Compostela non c’è problema, visti i chilometri che separano le due realtà. Ma se a Foggia volessero San Nicola patrono, Bari farebbe barricate. Nel senso: nella piccola Italia è difficile scegliere un santo che sia già di un’altra città. Ecco allora l’escamotage. Emblematico il caso della Madonna. Difficile dire chi l’abbia scelta per primo, fatto sta che tutti gli altri, pur di averla come patrono, ne hanno declinato l’iconografia nei modi più vari: Addolorata, del Carmine, dell’Assunta, del Rosario, degli Angeli, del Carmelo, Immacolata, dei Sette veli, della Visitazione, del Fuoco e così via. Di fatto a ogni singolo aspetto della Vergine è stata riconosciuta una specificità. Per fare un esempio più terreno: Barbie rock star e Barbie istruttrice di aerobica sono la stessa persona ma vengono vendute come se fossero due personaggi diversi. Per cui non è improbabile che Monza possa scegliere come patrono Sant’Ambrogio della Bandiera a scacchi o che Siena possa ambire a San Giovanni di Cinta senese.
In conclusione: la metafora politica sembra calzante. Stesse facce nel lungo periodo e piccoli escamotage per rilanciare volti noti. Senza contare che, dove c’è troppa gente a decidere, si fa sempre il caos: L’Aquila ha quattro santi patroni (San Massimo, Sant’Equizio, San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena).
martedì, 31 marzo 2009
In un periodo in cui mentalmente sei stabile come la faglia di Sant’Andrea, non c’è da meravigliarsi se ti commuovi per l’eliminazione di Vittorio del Grande Fratello. La realtà è che sto pericolosamente viaggiando sull’orlo di un tracollo psicologico che, come range di probabilità delle conseguenze, oscilla tra il mio ritorno a Foggia flagellandomi per implorare il perdono dei miei genitori e l’arruolamento volontario nella Legione straniera. Il fatto che i miei non siano più a Foggia elimina però la prima possibilità. Così come la seconda è resa impossibile dal fatto che in francese saprei dire solo cose tipo “je suis Catherine Deneuve” che penso mi sarebbero d’aiuto relativo nel contesto della Legione. Per cui resto a Roma e mi tengo stretta l’unica certezza di questo periodo: a Nba 2009 non cederò mai Carmelo Anthony. Tutto il resto è caos. L’unica cosa ordinata che ho intorno sono gli mp3 del mio computer e la mia casa - che peraltro sarà mia ancora soltanto per due mesi, dopodichè mi accomoderò sotto Ponte Milvio insieme al fido Ste - ha assunto ormai tutti i tratti della casa del fuorisede. I piatti sporchi che si accumulano nel lavandino, i vestiti sporchi che si accumulano sulle sedie, i cilindri di cartone della carta igienica che si accumulano nel bagno e diversi strati di insofferenza e rottura di coglioni che sedimentano nella mia testa manco fossero delle arenarie (Wikipedia: roccia sedimentaria clastica il cui diametro è compreso tra i 2 mm e 1/16 di mm). Senza contare che, dalle balle di polvere che rotolano sotto il letto, l’altro giorno è emersa la carcassa di un bisonte sbranato dalle faine. Solo l’autopsia ha rivelato che in realtà è stato sbranato dagli acari del mio materasso. Già, quegli stessi acari che manifestano nel corridoio contro la creazione di un inceneritore che sia in grado di smaltire i sacchetti di immondizia che si accumulano sul balcone. Insomma, sono scazzato e genero disordine, genero disordine e mi scazzo. È un po’ come un cane che morde una coda alla vaccinara. Di quello che avviene fuori casa non parlo solo perché non c’è. Fuori casa c’è il vuoto pneumatico. Fuori casa alberga il maligno che, nella fattispecie, ha deciso di manifestarsi sottoforma di clamorosa rottura di palle.
Mah...mi consolo pensando che, se dal caos è nato il mondo, forse in questi giorni sto creando un pianeta. Il che però mi porta a pensare che non saprò dove metterlo in camera mia. E mi scazzo ancora di più.
lunedì, 16 marzo 2009
Nel 1997, l’italianissimo Diego Dominguez, a suon di drop e di calci piazzati, guida l’Italia a tre storici successi contro la Francia e l’Irlanda, battuta due volte. Ecco, il buon Diego, che con i colori dell’Argentina c’aveva pure esordito prima di scegliere la maglia azzurra, non poteva neanche lontanamente immaginare cosa avrebbero generato quelle sue eccezionali prestazioni. Di lì a tre anni – era il 5 febbraio 2000 – l’Italia fa il suo esordio nel Sei Nazioni di rugby. Non una cosa così: il torneo prima era Cinque Nazioni. E quando un nome cambia apposta per te, o ti sei sposato, o effettivamente hai fatto qualcosa di grosso. In Italia tutti si convincono di questa cosa e, da allora, si inizia a credere che a rugby siamo forti, e che se non siamo forti comunque possiamo dire la nostra e se diciamo la nostra non importa che in quasi dieci anni abbiamo vinto una media di una partita all’anno e che il giorno dopo i giornali dicono sempre che “peccato davvero perché abbiamo lottato con una squadra molto più forte di noi e non importa se siamo usciti dal campo dopo aver perso 53-9”. Mi sta bene: il rugby mi piace, mi diverte e questa cosa della grande festa dell’amicizia e della sportività del popolo della palla ovale è verissima ed è bello trovarcisi nel mezzo. Però.
Sabato sono stato al Flaminio. La cronaca è quella di sempre. L’Italia lotta, tiene bene a lungo, ma poi come al solito perde con il favorito e oggettivamente più forte Galles. Tutto normale: anzi, un 20-15 è molto più dignitoso di quello che mi sarei aspettato di vedere. Però.
Il problema è che solo quando vai al Flaminio ti accorgi di quello che ha creato Dominguez. Lo stadio è pieno in ogni ordine di posti, come diceva Pizzul. Ma se è vero che nel calcio il pubblico è il dodicesimo uomo in campo, e nel rugby dovrebbe dunque essere il sedicesimo, ti accorgi che l’Italia perde perché gioca ogni partita con un uomo in meno. Il Flaminio ti fa davvero rendere conto di come l’Italia con il rugby non c’entri proprio un cazzo. Ma non sportivamente, proprio culturalmente. Intanto è bene chiarire una cosa: la bolgia del Flaminio, tanto decantata dai telecronisti, non esiste. O, se esiste, è tale per merito dei tifosi avversari. La partita di rugby vera mette infatti il tifoso di rugby improvvisato di fronte al quesito: e ora che cazzo canto? Non dimentichiamo che:
- il 50% dello stadio è occupato da tifosi avversari
- i tifosi italiani che conoscono davvero il rugby si aggirano intorno al 2%
- il restante 48% dei tifosi domani va a vedere la Roma o la Lazio ma visto che oggi è sabato, c’è il sole e il rugby è una grande festa dello sport vado al Flaminio con i miei amici della palla ovale.
Il povero tifoso prestato si trova perciò di fronte a un enigma senza soluzione. Intanto – visto che il rugby è una grande festa dello sport e delle famiglie con i bambini piccoli – non può intonare tutti quei cori da stadio che invocano disgrazie per gli avversari o che chiamano in causa i facili costumi delle loro madri e sorelle. Niente “devi morire”, niente “la mamma di Shane Williams...”, niente “James Hook, figlio di puttana”. Bandite anche le parolacce. Proibiti gli insulti all’arbitro. Altri cori sono vietati dall’impossibilità ineluttabile delle cose. “Siamo noi, siamo noi, i campioni di...di...di?”. Non siamo noi, evidentemente. “Forza Italia, vinci per noi”, non lo si canta più da tempo per motivi di par condicio. Qualcuno prova a intonare “Ok, Italia” di Edoardo Bennato, ma ovviamente non attecchisce. Il risultato è un misero “Italia, Italia”, che si alza a intervalli più o meno regolari di dieci minuti. Nei momenti di massima tensione sportiva parte un inno di Mameli. Poca roba, davvero. Di contro ci sono tutti questi tifosi britannici che hanno un repertorio che neanche gli U2 e che lo cantano a squarciagola per tutti gli 80 minuti. Insomma, non c’è partita. Cori a parte, però, l’impreparazione del tifoso azzurro viene fuori per tutta la durata della partita. In sintesi, il supporter prestato si presenta al Flaminio con un ristretto campionario di stimoli e risposte:
- giocatore azzurro che corre nella loro metà-campo palla in mano – è bene: grida di incitamento e suggerimenti generici come “vai, dai, grande, passa, apri”;
- giocatore avversario che corre nella nostra metà-campo palla in mano – è male: grida di dissenso e suggerimenti generici come “nooo, cazzo, chiudete”.
Punto: tutto il resto è un orribile senso di spaesamento. Quando una mischia collassa su stessa e l’arbitro fischia, è facile vedere ovunque facce smarrite di persone che si interrogano sulla giusta reazione da adottare nel momento. Se per sbaglio ti guardi intorno, i tuoi vicini tornano ai tempi della scuola e guardano vaghi verso il basso, sperando di non incrociare il tuo sguardo, onde evitare che quella furtiva occhiata possa darti modo di interrogarli sull’accaduto. Vige al tempo stesso una sorta di omertoso patto tacito: giuro che non ti chiedo niente a patto che tu faccia lo stesso con me. Quindi nessuno parla con i vicini di posto, neanche prima della partita. Sarebbe un clamoroso errore tattico. Entrare in confidenza prima del fischio d’inizio potrebbe spingere un vicino che non si vergogna dei propri limiti a chiedere delucidazioni sulle regole oscure e nessuno vuole che questo accada. Quindi, mentre i britannici cantano abbracciati e bevono birra ridendo, l’italiano resta seduto, con lo sguardo basso, senza dare confidenza ai vicini, chiuso in un insopportabile silenzio.
Insomma, l’italiano esce dalla partita di rugby devastato da 80 minuti di un’ignoranza che fa quasi tenerezza e, nove volte su dieci, dalla sconfitta che puntuale è arrivata anche stavolta. Però fuori tutti ‘sti gallesi o scozzesi si abbracciano e tirano in mezzo a loro anche quel 2% di quelli che di rugby ne sanno e così bevono tutti insieme, si fanno complimenti a vicenda e si scambiano le sciarpe delle squadre. Tu pensi che alla fine sei andato a Flaminio per la festa dello sport ma alla fine hai pure paura che qualche irlandese ti faccia notare che l’Italia dopo Troncon ha seri problemi a trovare un nuovo mediano di mischia e tu non sai, nell’ordine, né chi è Troncon, né chi ha giocato oggi come mediano di mischia, né a cosa serva un mediano di mischia. Così ti allontani nella tua solitudine e, quasi sollevato, pensi: “Va be’, tanto se questi mi parlano in inglese, manco li capisco...”.
martedì, 10 marzo 2009
La fantasia è ferma da due settimane.
Il blog è fermo da venti giorni.
La mia squadra di fantacalcio è ferma da cinque settimane
(ma Maggio e Ferreira Pinto saranno fermi fino alla fine della stagione).
Il mio ginocchio è fermo da quasi due anni.
Avverto una strana sensazione di stasi.